Per favore non chiamatela Festa de L'Unità



Mi dicono che da quest'anno la festa democratica è tornata a chiamarsi Festa de L'Unità.
Ma io non ci sto.

Sta cosa, il partito democratico, creatura geneticamente modificata nata dalle ceneri del PCI-PDS-DS-PD, che parla come Alberto Sordi nell'americano a Roma, ma che non ha nè testa nè cuore cerca incessantemente di riempire il vuoto d'idee e programmi con operazioni di comunicazione e marketing.

Se il  contenuto non è il massimo allora si punta alla confezione. Si tratta in fondo di distrarre, ammaliare, vendere ormai quello che è un brand.  E la Festa de L'Unità è proprio un bel brand.

Ora me distruggono anche l'ultima cosa che m'era rimasta. La Festa de L'Unità.
Lo confesso, sono una nostalgica. Sono affezionata alle feste dell'Unità e a quello che hanno rappresentato, almeno per me.  Sarà perchè a Roma fino alla fine degli anni ottanta se ne facevano tante e a me piacevano tutte. Si cominciava a giugno e si finiva con le piogge di settembre. Le vacanze scolastiche coincidevano con le Feste de L'Unità.

Ogni quartiere ne organizzava una o anche più. Mi ricordo che al Trullo, dove sono nata e cresciuta, se ne facevano tre: la prima proprio al Trullo, la seconda a Montecucco ed infine l'ultima nella zona chiamata Affogalasino.
Chiaramente la pole position era riservata alla sezione che portava più voti al PCI e quindi non c'era mai storia, la prima festa, quella più affollata e fortunata era del Trullo.

Alle feste c'era sempre tanta gente, famiglie intere a passeggiare, a mangiare, ad animare lo spazio dibattiti (e sì esisteva pure quello)  a sentire la musica, a curiosare tra i sigari cubani e le matriosche sovietiche, mentre i bambini si divertivano con i cartocci della pesca.  Insomma, le feste erano l'Estate Romana prima dell'invenzione dell' Estate Romana.

Quando Roma d'agosto si svuotava ti potevi consolare con il pane casareccio e la salsiccia, due penne all'arrabbiata, mentre il massimo della vita era scivolare sul brecciolino e andare a bruciarsi le centolire al gioco dei tappi.
C'era un'atmosfera bella, fatta di entusiasmo e di tanto lavoro, tutto volontario. Mi ricordo papà e mamma impegnati nella vita di quartiere, quando l'impegno era una parola che non faceva paura.

Ero piccola, ma chi se lo dimentica papà le sere d'inverno alla sezione di via Vigna Consorti, coinvolto in interminabili riunioni tutto fumo, poster e giovani della Fgci, che a me allora, sembravano dei fighi da paura.

Poi qualcosa da metà degli anni ottanta è cambiato, a partire dalle piccole cose, come le feste de L'Unità.

Mentre Viale Ventimiglia si riempiva di macchine che parcheggiavano e ripartivano lasciando a terra tappeti di siringhe usate,  la mamma continuava a fare la volontaria al ristorante della festa Nazionale de L'Unità.  Eravamo nel 1984, e non solo per noi ma per Roma intera, o almeno per quella che aveva la tessera del Pci in tasca,  fu un grande evento. Eh sì, per la prima volta, una festa Nazionale lasciava l'Emilia Romagna e scendeva in città.

Ma ricordo anche che papà (abbastanza disilluso dal partito già prima della caduta del muro) si incazzò come una biscia quando venne a sapere che mamma, dopo ore in cucina a lavorare e a sudare per la causa comune, si prese una pausa e un piatto di fusilli, che però i compagni le fecero pagare. Papà s'incazzò parecchio e c'aveva ragione aggiungo io.

Quindi quando con una botta di culo spaventosa,  e mai più ricapitata, vincemmo alla lotteria di un'altra festa di un'altra estate una macchina SEAT, (me lo ricordo come ieri papà che trascina mia sorella e me sul palco e anzichè il pugno alza il biglietto in segno di vittoria),  papà si sentì di restituire il favore, perchè alla specifica richiesta dei compagni (che secondo loro non doveva nemmeno esser formulata) di lasciare la macchina al partito, non solo non se li filò di striscio ma gli rispose con una pernacchia che riecheggia ancora per tutta Roma. 
Credo non si siano più ripresi dalla delusione.

Insomma che le feste dell'Unità, il partito, lo scenario politico italiano, il mio quartiere stessero cambiando io l'ho capito da queste piccole cose.

Le feste sono diventate sempre meno, così come le sezioni, così come i volontari, così come i voti.
Quindi pensandoci bene è giusto che la festa de l'Unità non si chiami più così. Quella era la festa del Pci e il Pci non esiste più.

Che cosa ci sia ora non l'ho ancora capito e cosa ben più grave non l'hanno capito neanche loro.

Quell'accozzaglia di bancarelle, la festa paesana dove vendono saponette, pentole, sigarette, ti leggono le carte, dove c'è il ristorante palestinese ma anche l'israeliano, dove per trovare i dibattiti serve una caccia al tesoro, dove un primo costa nove euro, chiamatela come ve pare, ma per favore, non Festa de l'Unità.

2 commenti:

artemisia comina ha detto...

Neve, come stai? Che bei ricordi.

Neve* ha detto...

Ciaoooooo, viva :)